Mattina presto. La città sbadiglia, le persiane socchiuse filtrano la prima luce di un giorno qualunque e, mentre mi preparo il caffè, respiro il silenzio, e la vita. Quella senza “beep” in sottofondo. Conquistata con un rito tecnologico di rara efficacia: impostazioni > notifiche > non disturbare.
Così il 2025 è diventato l’anno della mia disconnessione volontaria, lenta, silenziosa, quasi clandestina, da quel mondo digitale in cui avevo abitato per anni.
Nessun abbandono plateale a suon di “questo è il mio ultimo post”: ho ancora i profili attivi, strumenti indispensabili per chi si occupa di comunicazione, finestre sul mondo e sulle idee che ormai apro solo per lavoro. Per scelta, invece, ho chiuso le porte.
Perché i social sono diventati luoghi anti-social per antonomasia, sono l’ossimoro di loro stessi. Hanno cambiato pelle, seguendo la legge del mercato, e si sono trasformati nell’esatto contrario di ciò che promettevano: più rumorosi e meno intimi, più affollati e meno umani. Non più spazi di incontri ma vetrine di finzioni. Un ecosistema dove gli algoritmi fanno gli onori di casa e le persone restano ospiti distratti.
Secondo un’analisi delle abitudini online condotta da Gwi per il Financial Times, il tempo trascorso sui social ha toccato il suo picco nel 2022 e da allora scende inesorabilmente.
Non è un capriccio globale, né una moda passeggera: è un sintomo. E forse l’anticamera di una rinascita.
Nel corso degli anni gli studi si sono moltiplicati e hanno espresso tutti la stessa diagnosi: l’uso dei social è correlato all’aumento di ansia, depressione, insonnia, senso di solitudine. Addirittura, una ricerca interna di Meta, condotta con Nielsen e rimasta nel cassetto per anni, rivela che è sufficiente una settimana senza Facebook per registrare una netta diminuzione dei sentimenti di angoscia, isolamento e confronto sociale.
Gli algoritmi ci studiano, ci trattengono, ci seducono con dosi di dopamina calibrate alla neurochimica della nostra specie. E noi?
Noi allestiamo scenografie, cerchiamo l’inquadratura perfetta, misuriamo il valore delle giornate a colpi di like, negando partecipazione a chi ci vive accanto, sottraendo socialità, quella vera.
Eppure i social sarebbero strumenti straordinari se usati con misura e consapevolezza.
In molti Paesi sono ancora veicoli di espressione democratica e di resistenza, garantiscono una voce dove non c’è libertà.
Ma quando diventano trappole di concentrazione, quando ci distolgono dalle persone che amiamo, dai progetti che ci coinvolgono, dalle passioni che desideriamo coltivare, allora ci rubano il bene più prezioso: il tempo.
Così si chiude il mio 2025: liberato dal rumore superfluo, più attento ai dettagli che non fanno notizia ma fanno presenza.
Perché la vita non ha bisogno di essere esibita o coreografata, ma vissuta, senza troppa regia.
