Quando Google Translate prende il sopravvento e fa assumere Maria

C’è qualcosa di profondamente ironico nella storia accaduta a Pitigliano. Non solo perché un’opera d’arte religiosa è finita, per un curioso cortocircuito linguistico, dentro il mondo del recruiting. Ma perché racconta perfettamente uno dei problemi più interessanti della comunicazione contemporanea: oggi sappiamo produrre messaggi più velocemente che mai, ma rischiamo di avere sempre meno persone capaci di capire cosa quei messaggi stiano realmente dicendo.

Il caso è noto: il titolo di un quadro, “L’Assunzione di Maria”, è stato tradotto in inglese come “Recruitment of Mary”, interpretando “assunzione” nel senso lavorativo del termine. Il risultato è quasi surreale: quella che per secoli è stata una scena della tradizione cristiana diventa improvvisamente qualcosa che potrebbe comparire sulla pagina LinkedIn di un’azienda.

“Cerchiamo una figura femminile con fede incrollabile, umiltà certificata e ottime competenze nella gestione di miracoli, re magi, comete e imprevisti vari. Si offre contratto a tempo indeterminato, riconoscimento universale nei secoli dei secoli e possibilità di entrare stabilmente nella storia dell’arte occidentale”.

Il punto non è deridere il traduttore che, a ben guardare, non ha sbagliato ma ha semplicemente incontrato una parola ambigua e ha scelto uno dei significati possibili. Perché è esattamente questo che fanno gli strumenti automatici: elaborano informazioni, individuano schemi, restituiscono una risposta plausibile.

Il problema nasce quando quella risposta smette di essere un suggerimento e diventa un contenuto pronto per il pubblico. È proprio lì che dovrebbe entrare in scena qualcuno che faccia da filtro tra ciò che viene prodotto e ciò che verrà compreso.
Una persona capace di guardare un testo, un’immagine o una traduzione senza limitarsi a valutarne la correttezza, ma chiedendosi se ha senso, e c’è una differenza enorme.
Perché il senso non si trova dentro una parola. Si trova nella relazione tra quella parola e il mondo che la circonda.

“Assunzione” non è un termine sbagliato. È semplicemente un vocabolo che, privato del contesto, può prendere una strada completamente diversa. Sta alla macchina individuare possibilità. Sta all’essere umano capire quale possibilità appartiene davvero a quella situazione.

Nei prossimi anni quell’essere umano che agisce da filtro sarà una figura sempre più centrale: i contenuti prodotti aumenteranno in modo esponenziale, siano essi testi, immagini, traduzioni, analisi o campagne. Gli strumenti saranno sempre più bravi a generare, ma generare non significa necessariamente comunicare.

Una macchina potrà scrivere mille versioni di un messaggio. La competenza più preziosa sarà capire quale versione merita di arrivare alle persone, quale è coerente con il brand, quale rispetta il contesto e quale invece crea un cortocircuito come quello di Pitigliano.

Il futuro del lavoro nella comunicazione non sarà quindi soltanto di chi sa utilizzare meglio gli strumenti. Sarà di chi saprà stare nel mezzo. Tra l’algoritmo e il pubblico. Tra il dato e l’interpretazione. Tra una frase formalmente corretta e una frase realmente efficace.